Quando intraprendiamo una nuova relazione, i giorni si riempiono di prime volte.
Prime volte cariche di emozioni, di sensazioni friccicarelle, di quell’entusiasmo fresco che solo l’inizio sa regalare.
Prime volte che cerchi di immortalare: una foto, una canzone a fare da colonna sonora, un tentativo goffo e tenero di fermare il tempo e imprimerlo nei ricordi.
Accade poi che, quando la nuova relazione riguarda un cucciolo, di qualunque specie, quelle prime volte siano assolute.
Perché sappiamo con certezza di essere i primi con cui quell’individuo sta vivendo proprio quella esperienza.
E allora la “prima volta” si carica di un’emozione ancora più intensa, che ci fa sentire, diciamocelo pure senza vergogna, un po’ speciali.
E in effetti lo siamo.
Ma questa prima volta non dovrebbe nutrire soltanto il nostro ego.
Dovrebbe ricordarci quanta responsabilità abbiamo nei confronti di quel piccolo essere che, in quell’istante, sta vivendo la sua prima esperienza in assoluto.
Un’esperienza che, nel bene o nel male, lo segnerà per sempre.
E qui nasce la domanda: ne siamo davvero consapevoli?
In quel momento dovremmo ricordarci che il nostro ruolo è delicato e preciso, dobbiamo rimanere in un equilibrio sottile e difficile tra il «Vai, vivi, esplora», ma anche «Io sono qui, se succede qualcosa».
Non dobbiamo interrompere qualunque iniziativa del cucciolo e chiuderlo subito.
Ma neppure lasciarlo in balia di se’ stesso.

Memoria

I miei ricordi sono costellati di prime volte.
Prime volte con cuccioli che ho accompagnato personalmente verso il portone del Mondo, e prime volte vissute da spettatrice silenziosa, imparando, come spesso accade, da chi dei cani sa più di noi: i cani stessi.
Mi sono spesso messa in disparte a osservare madri insegnare il distacco, il gioco, il rispetto, la frustrazione.
Scene che ho visto mille volte, eppure, ogni volta, mi lasciano immobile, con un sorriso ebete e grato, davanti alla meraviglia della natura.
Forse è per questo che amo così tanto i cuccioli.
Perché dentro di me rivivo quelle immagini in cui le madri o le tate spingono i piccoli verso la vita, come se dicessero: si parte, come al via di una partita a Monopoli.
E mi chiedo: quanto siamo disposti, noi umani, a lasciarli davvero partire?

Un piccolo, grande onore

Oggi ho avuto il piacere e l’onore di accompagnare una cucciolina nella sua prima passeggiata in un campo aperto.
Una cucciolina meravigliosa, che porto nel cuore per motivi profondi.
L’ho vista nascere.
È figlia di una mamma che adoro, una mamma che ha riempito le mie giornate d’agosto e che ancora porto addosso, come fanno quei cani che non passano ma restano.
In più, questa piccola ha gli stessi colori e le stesse macchie di quel cane che mi manca ogni giorno, quello che ho visto correre proprio nel prato di oggi… per la prima volta, e anche per l’ultima.
Ecco perché, oggi, il mio cuore era pieno.
Essere al suo fianco ha significato diventare testimone dell’inizio di una nuova storia, da vivere, da scrivere.
La storia di Megan, nel mondo fuori di casa.

Imparare dal mondo

So che vedrò Megan molte altre volte, e che avrò il piacere di accompagnarla in tante sue scoperte.
Oggi l’ho osservata seguire il suo compagno cane, imitando ogni gesto, ogni intenzione, come solo i cuccioli sanno fare.
L’ho vista scavare.
L’ho vista fare pipì e cacca in campo aperto, così sicura grazie alla nostra presenza.
L’ho vista studiare da lontano Brunilde, l’adulta severa che, con un solo sguardo, sa dire più di mille parole.
L’ho vista impaurirsi per l’odore di feci di lupi e rintanarsi tra le gambe della sua umana di riferimento, e guardarla chiedendo a lei cosa fare.
E poi l’ho vista lottare contro la stanchezza pur di non perdersi nulla, anche se la passeggiata era pensata su misura per lei.
Ogni sasso, ogni odore, ogni filo d’erba era un mondo intero.
Tutto era nuovo.
Tutto era vita.
E allora mi chiedo — e vi chiedo:
Capite perché vivere con un cucciolo è difficile?
Capite perché richiede tempo, presenza, ascolto?
Capite perché non basta “averlo”, ma bisogna stargli accanto?
Rispondere alle domande che ci fa anche solo guardandoci?
Siamo davvero pronti a capire chi è quel cucciolo, a riconoscerne le inclinazioni, a farlo crescere secondo ciò che è, e non secondo ciò che vorremmo che fosse?
Siamo pronti a adattarci noi ai suoi tempi e non incastrarlo nelle nostre vite già piene?

Cara Megan

Cara Megan, vorrei dirti questo.
Non smettere mai di osservare gli adulti.
Non smettere mai di imparare da loro.
Non smettere mai di ascoltare il mondo con la tua attenzione gentile.
Custodisci quello sguardo vivo, attento, capace di assorbire la vita.
Continua a correre con la bocca aperta, pronta a inspirare ogni briciolo di mondo.
Tu che vita sei, e che vita porti.
Sei nata per diventare un gran cane.
E lo hai già mostrato, fin dai tuoi primi istanti su questa terra.

  • Forse dovremmo imparare proprio dai cuccioli: a vivere senza sapere cosa troveremo dietro l'angolo,
  • a stare nel presente,
  • a concederci il lusso dell'hic et nunc.

E forse, se smettessimo di chiedere ai cuccioli di adattarsi a noi, potremmo finalmente imparare ad adattarci alla vita.

E ora fermiamoci qui

Perché è proprio da qui che nasce una domanda più scomoda, quella che nessuno vuole davvero ascoltare:
Quando e perché i cuccioli iniziano a diventare “un problema”?
Ma questa è una storia che merita un altro tempo. E un altro spazio.
Io, intanto, spero solo di non perdere mai il sapore meraviglioso di una prima volta.

Nel prossimo articolo parleremo di quando il cucciolo smette di essere “cucciolo” agli occhi degli umani… e inizia a diventare un problema.

Questo articolo lo ha scritto per Squilibratia4zampe® Ilaria Basso, consulente in relazione felina, educatore cinofilo, tecnico cinofilo, docente, formatore, architetto. Ha partecipato a conferenze per istituzioni per progettazioni di canili di ultima generazione, e a progetti di zooantropologia didattica nelle scuole. Negli ultimi 15 anni si è dedicata al benessere animale.