Ci sono storie che entrano piano, quasi in punta di piedi. Poi un giorno ti accorgi che ti hanno cambiato qualcosa dentro, senza che te ne fossi accorto. Questa è una di quelle storie. È la storia di Andrea, del suo meticcetto Shaky — bianco, con quelle orecchie arancioni impossibili da dimenticare — e di come alcune fotografie siano diventate, nel tempo, molto più di semplici immagini.

Un pacchetto, poi una foto, e poi un'altra ancora
A settembre dello scorso anno Andrea ha prenotato uno shooting di fotografia cinofila con me. Uno di quei pomeriggi in cui porti il tuo cane, ti lasci andare, e torni a casa con qualcosa di bello tra le mani. Avevamo scelto il Parco degli Acquedotti — una location che sa fare il suo lavoro in silenzio, con quegli archi romani che incorniciano tutto senza rubare la scena. Se non lo conosci ancora, ti racconto perché è una delle mie location preferite per i servizi con i cani a Roma.
Ma Andrea non si è fermato lì. Mese dopo mese ha aggiunto qualche foto. “Voglio questo scatto, e sicuramente anche quell’altro.” Non perché fosse indeciso — ma perché voleva più ricordi. Codice dopo codice, ha selzionato sempre più momenti con Shaky, fermati nel tempo. E così, da settembre fino ad oggi, mi sono ritrovato più volte a lavorare su quelle immagini. Nel frattempo, Andrea mi teneva aggiornato sulla salute di Shaky — un percorso a tratti difficile, alti e bassi che solo chi ama un animale può capire davvero.
Mi ero affezionato alla loro storia senza nemmeno rendermene conto.
Il giorno in cui la postproduzione ha pesato come un macigno
Il 17 febbraio è arrivato un messaggio. Uno di quelli che non vorresti mai ricevere.
Due mesi dopo, oggi, mi sono seduto a postprodurre le ultime foto di Shaky. E quella cosa che di solito faccio con una certa leggerezza — scegliere la luce giusta, bilanciare i toni, far emergere un’espressione — stavolta aveva un peso diverso. Ogni immagine era un pezzo di una storia che conosco bene, che ho seguito mese dopo mese. C’era Shaky con quelle orecchie arancioni, la luce del tramonto sul parco, Andrea che lo guardava come solo i proprietari sanno guardare il proprio cane.
Mi sono commosso. Non me lo sarei mai aspettato, eppure è successo. Ed è stato uno di quei momenti in cui capisci davvero perché fai questo lavoro — non per le foto in sé, ma per quello che quelle foto rappresentano.


Perché fotografare il proprio cane ha un senso profondo
I cani non restano. Questa è la verità che sappiamo tutti e che nessuno vuole pronunciare ad alta voce. Ma le foto restano. Restano ferme, precise, cariche di tutto quello che c’era in quel momento — la luce, il pelo un po’ arruffato, quello sguardo che conosci meglio di qualsiasi altra cosa al mondo.
La memoria del proprio cane è qualcosa che merita di essere custodita con cura. Non uno scatto sfocato dal telefono, ma qualcosa di vero, pensato, fatto con attenzione. Qualcosa che tra dieci anni ti farà ancora sentire quella presenza, quella leggerezza, quella gioia che solo lui sapeva darti.
Andrea lo aveva capito fin dall’inizio. Forse senza saperlo, aggiungendo una foto alla volta, stava costruendo qualcosa di prezioso. Oggi quelle immagini sono tutto.

Grazie Andrea, per aver condiviso la tua storia con me.
E grazie Shaky, per quelle orecchie arancioni che non dimenticherò mai.

